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Curriculum e colloquio, ecco come affrontare le selezioni di lavoro. Tgcom24 intervista Andrea Barchiesi

venerdì 25 ottobre 2013

Curriculum e colloquio, ecco come affrontare le selezioni di lavoro. Tgcom24 intervista Andrea Barchiesi

Andrea Barchiesi parla di come curare la propria reputazione online in ambito professionale e degli errori da evitare.

Sono 3 milioni e 127 mila i disoccupati italiani che ogni giorno cercano un lavoro. Tgcom24 prova ad aiutarli a districarsi tra inserzioni introvabili, contratti sibillini, selezionatori incontentabili e abusi delle aziende. Negli articoli precedenti abbiamo analizzato gli errori di chi si propone per una posizione, le potenzialità del web, il mondo della pubblica amministrazione e la giungla degli stage. Curriculum e colloquio invece, come funzionano?

Fare i conti con la reputazione digitale

Come rivela l’ultima indagine Adecco “Il lavoro ai tempi del #socialrecruiting e della #digitalreputation”, il 53 per cento deicandidati usa almeno un canale online per cercare lavoro. Tra loro il 30 per cento si rivolge a Facebook, il 26 per cento a LinkedIn, il 9 per cento ai blog e, come prevedibile, il 94 per cento ai siti di lavoro. Ma non tutti sanno che la Rete non è un ambiente neutro: il 30 per cento dei candidati non ha mai cercato il proprio nome attraverso un motore di ricerca. 

Dall’altra parte della barricata, le Risorse umane coinvolte nello studio confessano di avere cercato il nome di un possibile dipendente attraverso Google e siti simili. Di solito non si fanno influenzare facilmente da quanto appreso sulla vita digitale della persona analizzata (solo nel 12 per cento ha escluso un candidato per informazioni reperite online), ma una ricognizione sull’identità digitale degli esaminati la fanno ormai in tanti. Occhio quindi a cosa si dice di noi su internet. 

Lo specchio principale dentro il quale vedere la reputazione online è Google: basta digitare nome e cognome nella stringa di ricerca per vederci riflessa la propria immagine digitale. Come spiega Andrea Barchiesi, Ceo di Reputation Manager, “l’identità digitale è composta da foto, video, testi che ci riguardano e che abitano nel web. Si tratta di contenuti prodotti e diffusi da noi stessi, più o meno consapevolmente, ma anche di contenuti pubblicati da amici, colleghi, conoscenti, media a nostra insaputa. I recruiter guardano anche questi materiali quando selezionano il personale, non si fidano soltanto del curriculum che ciascuno si scrive da sé magari barando un po’. Per questo fanno un controllo incrociato con altre fonti che parlano di noi. Spesso sono a caccia delle incongruenze e dellestonature: se nel cv la foto del candidato è molto formale, ma su Facebook ha una la cresta oppure è a un rave party suona un primo campanello d’allarme.

Non è una questione etica (ognuno è libero di fare ciò che vuole), ma di appropriatezza. L’errore è quello di pensare che Facebook e Twitter siano come il salotto di casa. Oggi le aziende sono sempre più caute nelle assunzioni di nuovi dipendenti e, più si sale di grado, più sono prudenti. Il primo passo è capire allora come si è “posizionati”, come ci vede il “popolo della Rete”, cosa si dice di noi sui siti. Uno strumento come “My reputation” può servire a quantificare quanto è positiva o negativa la propria identità digitale, quanto siamo professionali e presenti sul web.

Il sito Reputation Manager stila una lista delle cose da fare (e non) per preservare la propria reputazione online: 


- Prima di pubblicare un filmato su YouTube pensarci due volte soprattutto se si tratta di situazioni molto imbarazzanti o informali: scherzi in spiaggia, addio al celibato/nubilato ecc. Soprattutto avere l’accortezza di non firmarli con il proprio nome e cognome. 
- Stessa avvertenza per le immagini che ci scatta il fotografo in discoteca: saranno pubblicate sul sito del locale e se non siete bel lontani dalla sobrietà e dalla compostezza meglio non esserci oppure non dichiarare il nome.
- Evitare foto ardite sui social: la vedranno tutti, anche il dato di lavoro, i colleghi, i docenti o i compagni di scuola. 
- Sistemate le impostazioni relative alla privacy degli account sui social. Bisogna sempre pensare a chi potrà vedere quei contenuti, magari organizzando delle liste differenziate (solo amici, colleghi, capi ecc). 
- Controllare i tag: magari non lo sappiamo ma qualcuno a nostra insaputa ci tagga e rende pubbliche quelle immagini che magari non avremmo far circolare. 

- Occhio anche alla geolocalizzazione: spesso i post che pubblichiamo contengono (se non l’abbiamo disattivata) l’indicazione del luogo: non è necessario far sapere al nostro datore di lavoro che si è in un locale per scambisti. 

Come migliorare allora una nomea online non proprio immacolata oppure debole? Spiega ancora Barchiesi: “Il segreto è comunicare noi stessi con coerenza e prudenza. Se l’immagine è molto compromessa ci si può rivolgere, invece, a un professionista: fa in modo che il nostro nome risulti tra i primi sui motori di ricerca e che le competenze lavorative vengano valorizzate. Se sono un manager della finanza e la prima cosa che Google riporta è che sono un appassionato di vini, devo invertire l’ordine e mettere l’accento sul lavoro e non sui miei hobby personali. Un consulente può servire anche quando non si ha nessuna reputazione perché siamo invisibili sulla Rete oppure nei casi di omonimia. Ci sono dei casi in cui si è scambiati per altri solo perché si ha lo stesso nome di qualcuno molto chiacchierato. Per un problema di questo tipo rischi di non essere assunto”.
Pubblicato il (venerdì 25 ottobre 2013)
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