Nell’Aprile 2009 Domino’s Pizza, la catena americana di fast food da
un miliardo e 400 milioni dollari di fatturato, ha subito un clamoroso danno di
immagine a causa di un video postato in Rete da due dipendenti della pizzeria di
Conover, una cittadina di poco più di settemila abitanti nel North Carolina.
I due si sono ripresi con il cellurare mentre compivano atti disgustosi maneggiando
il cibo nella cucina di Domino’s e hanno pubblicato il video su YouTube. Il
filmato fu visualizzato un milione di volte in poche ore.
L’accaduto è emblematico di quanto sia cambiata e profondamente complessa
la relazione tra aziende e dipendenti nell’era di Internet. Ciò che
prima restava nascosto dietro una porta chiusa, oggi può venire alla luce
in qualsiasi momento. Ancora più complesso può essere fronteggiare
la propagazione in rete di opinioni e giudizi sulla qualità del lavoro in
azienda che, pur non dando luogo a esplosioni di criticità, incidono sulla
sua reputazione globale.
Oggi infatti, non solo i consumatori utilizzano il Web per informarsi sulla reputazione
di un marchio e dei suoi prodotti, ma anche i possibili candidati cercano in rete
le opinioni sull’azienda e le sue politiche di lavoro.
Quando la qualità del lavoro diventa leva di marketing
Come si comportano le aziende italiane davanti a questo nuovo scenario?
“Da qualche anno ha preso piede anche in Italia l’employer branding,
insieme di strategie di marketing messe in atto con lo scopo di far percepire la
propria impresa come “luogo di lavoro ideale”- spiega Silvia Zanella,
Marketing and Communication Manager di Adecco Italia- “Tra i
diversi strumenti di comunicazione a disposizione delle aziende, però, non
sempre è stato adeguatamente sfruttato Internet: scarso il ricorso a
corporate blog , rara la presenza nei social media in ottica HR, molto sottovalutata
la dimensione reputazionale del proprio brand in rete. Eppure i numeri
parlano chiaro, così come l’esperienza quotidiana: se ci si affida
alle recensioni di perfetti sconosciuti per scegliere un ristorante o un villaggio
vacanze, quanto può essere importante monitorare quello che dicono ex dipendenti,
lavoratori o candidati a proposito della nostra società?”
E’ significativo un campione di dati estratto da una ricerca di Reputation
Manager nel settore bancario. Nell’area di conversazioni riguardante
la qualità del lavoro-dice Andrea Barchiesi A.D. di Reputation Manager-
il 31% di opinioni espresse sul web da ex dipendenti ha valenza negativa,
mentre il 16% dei dipendenti attuali si esprime in modo positivo sul proprio lavoro.
E’ interessante notare, guardando al giudizio di quanti sono in fase di selezione,
una convergenza di posizioni con gli ex dipendenti (il 16% delle opinioni dei candidati
sulle procedure di recruiting è negativo). Entrando nel merito dei giudizi
espressi si nota come i candidati riportino spesso il punto di vista negativo degli
ex dipendenti, mostrando come ci sia un’influenza diretta sulla formazione
del proprio giudizio.
Un rischio, quello della testimonianza negativa, che nel settore HR viene percepito
come sempre più importante. “Secondo una recentissima ricerca di Ca
Technologies sembra che le aziende del nostro Paese rischino di passare seri guai
organizzativi se non sapranno gestire dipendenti (attuali o potenziali) sempre più
2.0” – sottolinea Silvia Zanella- Per le Direzioni Risorse Umane il
pericolo non riguarda solo i cosiddetti millennials, gli under 30 nativi digitali
abituati a smartphone e social network, ma anche la forza lavoro nel suo complesso,
sempre più attiva on line. Non includere Internet nel proprio employer branding
mix è pertanto un’assenza colpevole nei confronti tanto della Generazione
Y (che sul web ci vive) quanto dei senior (che riconoscono Internet e i propri contatti
social come fonti più affidabili rispetto ai media tradizionali)”.
Ma i Social Network possono essere anche un ottimo alleato. Conclude Barchiesi:
“Su Facebook sono presenti moltissimi gruppi creati spontanemente dai dipendenti
per confrontarsi sul lavoro in azienda, ma molto di rado capita che questa interagisca
aprendosi al dialogo. Al contrario potrebbero essere proprio le aziende, così
come già si fa con i clienti, a creare degli spazi di dialogo e aggregazione
delle persone che la rappresentino operativamente, ad esempio con un gruppo su Facebook,
tramite il quale attrarre anche nuove risorse e raccogliere informazioni su come
dipendenti e candidati interagiscono tra loro. Proprio delle nuove metriche di analisi
dei contesti social parleremo a Iab Forum di Milano il 13 ottobre
nel workhop dedicato "Dal
mero contesto dei fan alla Social Reputation Analytics: come analizzare l'interazione
degli utenti e pianificare strategie di engagement".
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