La visibilità ha un prezzo al quale nessuna azienda può sottrarsi. Soprattutto quando di mezzo c'è la Rete che amplifica, o semplicemente racconta senza veli e con pochi filtri, cosa pensano gli utenti. Si chiama reputazione online, è un'incognita e gestila ha un costo. Sta diventando sempre più una variabile di marketing che rientra (o dovrebbe rientrare) nei piani di ogni imprenditore avveduto.
«La Rete parla già di noi, per cui la scelta è solo apparente. Il vero problema della reputazione online è se subirla o tenerne conto attivamente», ha sottolineato Andrea Barchiesi, amministratore delegato di Reputation manager e insignito dal Quirinale del Premio nazionale per l'Innovazione 2011 con il progetto Brand protection, strumento di lotta alla contraffazione e all'utilizzo improprio dei marchi.
Il caso Alitalia.Barchiesi ha portato l'esempio del caso Alitalia. Nel 2010 su oltre 620 mila pagine web i commenti negativi sono stati il 56% (dal crac finanziario a relazioni sindacali e pulizia), il restante 44% positivi (citando ad esempio fattori come la tolleranza nel peso dei bagagli a mano).
IL COEFFICIENTE DI RISCHIO. Sulla base dell'analisi il software è inoltre in grado di segnalare il coefficiente effettivo di rischio reputazionale, calcolato sulla forza del messaggio, l'audience potenziale e la pertinenza del canale di diffusione (nel caso Alitalia è -0,09). Perchè la piattaforma utilizzata per veicolare messaggi o contenuti ne influenza e indirizza lo stile. Rendendolo spesso molto personale. Un esempio chiaro sono i blog ma anche i social network le reti sociali dove, per definizione, gli utenti si scambiano opinioni e consiglio e condividono gusti e passione. Su Facebook, ad esempio, il 75% dei gruppi è incentrato su contenuti negativi, solo il 13% parla invece di elementi positivi e il 12% usa toni neutri. Si tratta per il 53% di uomini, fascia d'età dai 25 ai 34 anni.).
Fonte: Lettera43.it