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Voglio una reputazione digitale immacolata

mercoledì 2 marzo 2011

Voglio una reputazione digitale immacolata

Il web non dimentica nulla, ma a volte si vorrebbero cancellare foto o testi del passato. Per questo ci si può affidare a esperti

STACY Probabilmente, quando gli storici cominceranno a ripercorrere la storia del web e di come ha cambiato il nostro modo di vivere, il nome di Stacy sarà visto come un elemento fondamentale. Nel 2007 questa ragazza americana aveva 25 anni ed era prossima alla laurea che le avrebbe permesso di diventare insegnante. Oggi è il simbolo della “piratessa ubriaca”, per la quale è nato anche un gruppo Facebook.

PIRATESSA Proprio il giorno prima della laurea, le comunicarono che non le sarebbe stato concesso il certificato di abilitazione all’insegnamento. Motivo: una foto di due anni prima sulla sua pagina MySpace, con lei vestita da pirata che beveva da un bicchiere di plastica. Didascalia: “Piratessa ubriaca”. Fu sufficiente: per la sua università era un comportamento che promuoveva il consumo di alcolici tra i giovani.

MEMORIA Stacy è il simbolo di un’era appena iniziata, nella quale il web registra tutto, e non dimentica niente. Dove la memoria umana, che con il tempo tende a svanire o a dimenticare, è diventata memoria digitale, protetta e assicurata per gli anni futuri. La vecchia reputazione, fatta di amici, colleghi e parenti è andata completamente on line. E difenderla è diventato un compito nuovo, che ha bisogno spesso dell’aiuto degli esperti, i reputation manager, chiamati anche ingegneri della reputazione.

RECLUTATORI In un sondaggio della Microsoft effettuato negli Stati Uniti lo scorso anno, il 75% dei reclutatori e dei responsabili delle risorse umane dichiara che le compagnie richiedono di fare ricerche on line sui candidati a un posto di lavoro. E il 70% di loro racconta che almeno una volta hanno scartato un aspirante sulla base delle informazioni trovate su internet.

DANNI È possibile essere danneggiati da una foto su Facebook messa con leggerezza, da un commento inserito su Twitter su quanto sia noioso il proprio lavoro (cosa che ha già portato a più di un licenziamento). Un professionista può trovarsi un cliente insoddisfatto che posta commenti durissimi su un blog. E un’azienda può dover fronteggiare un vero e proprio attacco da parte di singoli o gruppi che la accusano di prodotti scadenti o magari di danni ambientali.

STRATEGIE È un panorama molto ampio, e ogni caso è diverso dall’altro. Per questo sono nate compagnie specializzate in operazioni di supporto alla reputazione digitale. Esaminano il web alla ricerca delle informazioni negative, le valutano e stabiliscono le migliori strategie da adottare. Nella maggior parte dei casi non si cerca di far sparire ciò che non piace, ma più sottilmente di far prevalere le informazioni positive.

FAI-DA-TE Ma è possibile un fai-da-te in questo campo? Un ragazzo può cercare di ripulire una immagine rovinata da qualche commento o qualche post inappropriato? Un’azienda può muoversi per contrastare commenti negativi? Alcuni strumenti sono alla portata di tutti. Il primo passo è sapere cosa si dice su di noi, e qui è molto semplice creare un Google alert, che ci informerà attraverso posta elettronica via via che informazioni sul nostro conto appariranno nel motore di ricerca. Utile anche un motore specializzato in blog come Technorati o in forum, come Boardtracker. Si inserisce il proprio nome, o il nome dell’azienda, e si monitora cosa viene detto. RIPARI Poi si può provare a correre ai ripari. Il sistema più consigliato dagli esperti è di creare un proprio blog con contenuti positivi nei confronti nostri o della nostra azienda. I motori di ricerca amano i contenuti aggiornati spesso. Così, se al nostro blog vengono aggiunti costantemente nuovi argomenti, lo troveremo scalare le pagine di Google. Naturalmente agire su tutti i social network, a partire da Facebook, Twitter o Flickr (per le immagini), otterrà lo stesso risultato. Lo scopo finale è fare in modo che chi cerca il nostro nome trovi prima di tutto contenuti positivi, mentre quelli negativi saranno gradualmente retrocessi in fondo.

SPECIALISTI «Teniamo però presente – dice Andrea Barchiesi, managing director di Reputation Manager, azienda milanese specializzata in questo campo e che ha già aperto una filiale a Londra – che il fai-da-te va limitato ai casi più semplici. Prima di tutto questi interventi sono operazioni tecnicamente molto complesse. E poi, decidere se far intervenire degli specialisti dipende molto dalla gravità della situazione. Per una foto su Facebook non ha senso chiedere l’aiuto di specialisti. Anzi, a volte siamo noi stessi i primi a precisare quando non è necessario un intervento di tipo specialistico . Penso magari a un genitore apprensivo che si rivolge a noi perché suo figlio è stato preso in giro in un post. Altro caso è quando viene danneggiata la vita sociale, o quando è in gioco il buon nome di un’azienda».

DISCUSSIONI La prima risposta, istintiva, può essere cominciare a discutere con chi ha postato una informazione dannosa. Fino ad arrivare agli avvocati. «In realtà – continua Barchiesi – la discussione su un blog, come anche una diffida o una querela, può peggiorare la situazione, aumentando la visibilità di quel messaggio anziché ridurla. Certo, il dialogo con un blogger può portare a qualcosa, ma può anche essere controproducente se non condotto nelle modalità adeguate».

PASSI Una volta scesi in campo, gli ingegneri della reputazione seguono un programma ben preciso. Il primo passo è l’analisi. Si valuta la gravità del danno, e il mezzo sul quale il contenuto negativo è apparso. Un sito web autorevole pesa molto di più di un blog, ad esempio. Il sito di una rivista specializzata che fa commenti su un prodotto sarà ancora più influente. «Il passo successivo – spiega Barchiesi – sarà quella che chiamiamo una reingegnerizzazione dei contenuti. Non solo creare nuove informazioni, positive, che facciano scendere nei motori di ricerca quelle negative. Ma creare una identità digitale più potente. Facciamo un esempio di questi giorni: i tanti articoli che stanno uscendo sul Pio Albergo Trivulzio. Ci sono 1.094 affittuari. Molti di loro oggi avranno un’identità digitale bassa, senza troppi contenuti. E così tra qualche mese, se si cercherà il loro nome su un motore di ricerca, ciò che apparirà in cima saranno gli articoli su questa vicenda, quindi in un contesto negativo. Quello che dobbiamo ottenere in questi casi è un effetto naturale di equilibrio dell’immagine, e far sì che non sia inopportunamente sbilanciata verso contenuti lesivi non esaustivi rispetto all’identità del soggetto. Questo equilibrio si ottiene puntando sulla sinergia tra informazione e difesa: la promozione di contenuti informativi e l’intervento sui lesivi, che coincide con l’azione legale per quanto concerne i casi di illecito e diffamazione».

TARIFFE I costi e i tempi di queste operazioni sono estremamente variabili. I tariffari di alcuni siti americani partono da alcune centinaia di dollari l’anno per un semplice monitoraggio. Ma si sale rapidamente nel caso di interventi complessi. «È estremamente difficile quantizzare – dice ancora il Managing director di Reputation Manager – Un professionista, un medico, potrà richiedere meno impegno di una grande azienda. Un politico sarà un caso ancora diverso. Quanto ai tempi, siamo nell’ordine di 3-6 mesi per cominciare ad avere effetti».

PREVENZIONE C’è infine da considerare la prevenzione. Spesso la nostra identità digitale non viene messa in crisi da altri, ma da noi stessi. Perché magari abbiamo messo una foto ambigua su Facebook, o abbiamo fatto un commento sgradevole sulla nostra università. L’unica strada è ricordare che ciò che mettiamo in Rete oggi sarà ancora valido a distanza di anni. Uno studente universitario deve essere coerente con il futuro che desidera. Perché quella festa di laurea un po’ pazza potrà saltare fuori al colloquio di lavoro.

Fonte: Vocearancio.it

Pubblicato il (mercoledì 2 marzo 2011)

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