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Area di confronto e ricerca sulla Reputazione Online




La politica e il web 2.0: Metodologia ed Analisi

gennaio 25, 2010 10.19 by Silvia Rossato

Oggi come oggi nessuno può ignorare la potenza del Web 2.0. Soprattutto coloro i quali della comunicazione  fanno lo strumento del proprio lavoro. E’ il caso della classe politica in senso generale e a tutti i livelli. Questa è la più importante lezione che abbiamo imparato dalle ultime elezioni presidenziali negli Stati Uniti dove studi indipendenti hanno dimostrato che buona parte della vittoria elettorale di Barack Obama è stata costruita attraverso una mobilitazione senza precedenti delle classi  giovanili. Esse non solo hanno votato in blocco (due elettori su tre) per il candidato democratico, ma hanno anche incrementato la loro presenza ai seggi, spesso per la prima volta in assoluto, assai più di ogni altra classe di età. Questo fenomeno si spiega con il fatto chel’elettore non è più un soggetto passivo che “ascolta” la campagna elettorale subendo tribune politiche e comizi, ma è un soggetto che attivamente influenza i programmi elettorali e le tendenze politiche grazie al potere del web informale (forum, social network, blog, newsgroup e wiki).

Già a partire dalle prossime elezioni amministrative ciò potrebbe essere applicato anche all’esperienza italiana. Grazie ai mezzi messi a disposizione dal Web  2.0 i nostri candidati potranno raggiungere quella porzione di elettorato in età compresa tra i 18 e 25 anni che è ancora largamente sottorappresentata e che difficilmente si sente coinvolta dagli argomenti di natura politica.

Ma l’aspetto che gli appartenenti alla classe politica non dovranno sottovalutare è il meccanismo di scambio che la rete mette a disposizione: i cittadini comunicano tra di loro e commentano i programmi elettorali (positivamente o negativamente) in modo libero e indiscriminato e di rimando i politici possono utilizzare  gli stessi canali come banco di prova per testare l’interesse verso i punti chiave del loro programma elettorale e per stimolare discussioni dalle quali trarre spunto. Così come sempre più spesso già avviene per le aziende, tutte queste conversazioni che popolano il web vanno a formare un prezioso bagaglio di informazioni su cui è possibile costruire una valutazione oggettiva del proprio gradimento e dei relativi punti di forza e di debolezza.  L’intercettazione, l’analisi e l’interpretazione di giudizi, pregiudizi e opinioni presenti sulla rete costituisce un’attività indispensabile per la tutela della visibilità, della reputazione e della credibilità di ogni candidato, del suo programma e della coalizione politica che rappresenta.Monitoraggio, difesa e valorizzazione dell’immagine del candidato o del rappresentante eletto possono permettere di creare un vantaggio per il futuro, basato sulla fiducia degli elettori e sulle emozioni positive associate al suo nome, capace di controbilanciare il crescente fastidio dei cittadini nei confronti della politica (v. ad es. Governance Poll 2009, realizzato da Ipr-Marketing per il Sole 24 Ore) e di “catturare” quella parte di elettorato che non si sente più rappresentata.Mutuando l’approccio utilizzato con le aziende, proponiamo lo schema di un modello di analisi reputazionale applicabile al contesto elettorale:

 

Sulla base del modello, opportunamente dettagliato e declinato secondo le specifiche esigenze,  si procederà all’individuazione ed all’analisi dei contenuti online (sia testuali che video) , per giungere alla creazione di una mappa di posizionamento che descrive ogni dominio censito in termini di rilevanza, visibilità e tono della conversazione.Intervenendo opportunamente in canali selezionati, e stimolando le conversazioni, il candidato potrà cogliere gli umori degli elettori, verificare la reazione a determinati argomenti ed aggiustare il tono ed i messaggi della propria comunicazione.Da tutto ciò non si può far altro che concludere che se da una parte le occasioni per sfruttare  la comunicazione via internet sono alla portata di tutti gli utenti della rete, dall’altra si deve sottolineare che non da tutti è l’utilizzo professionale della stessa. Da qui l’importanza di affidarsi a professionisti che grazie alle loro competenze potranno meglio indirizzare le strategie di comunicazione degli stessi programmi elettorali e di partito.  Non si tratta solo di un approccio tattico, ma di una vera e propria stategia di comunicazione.

 


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Ryanair vs i blogger: se voli alto nel business scivoli meglio sul web?

marzo 3, 2009 09.57 by Tecla Notti

 

Ryanair è nata con una precisa strategia di business: far  volare a basso costo. Il marketing si affida alla conseguenza logica: se il cost è low, tutto il resto, compresa l’importanza del cliente, non può essere high. Il cliente lo sa e si assume il rischio di accettare queste premesse in cambio di un servizio economico, fermo restando il rispetto delle comuni norme di sicurezza.

Ryanair è protagonista in questi giorni di una vicenda poco edificante. Alcuni componenti del suo staff hanno apostrofato come “idiota” un blogger, il programmatore irlandese Jason Roe, il quale segnalava sul suo sito la presenza di un bug nell’area booking di Ryanair.com: ad un certo punto della transazione per l’acquisto del biglietto il costo totale appariva uguale a zero.

Su Roe sono piovuti in tempo reale gli insulti di “Ryanair Staff” che ha speso un  po’ di post  per accendere la polemica con il blogger. Ma il fatto davvero bizzarro e apparentemente insensato è un altro: l’azienda non si dissocia dal comportamento scorretto dei suoi dipendenti chiedendo scusa al blogger, ma sottoscrive in un comunicato ufficiale che “la politica di Ryanair è quella di non sprecare tempo ed energie nel rendere conto a blogger idioti” perché: “our people are far too busy driving down the cost of air travel”.

Il primo punto è questo: quanto è accaduto può considerarsi naturale conseguenza del core business di Ryanair? Se il customer è disposto dal primo momento ad essere quasi totalmente autonomo nella gestione del servizio in cambio di un bassissimo costo, dove inizia e dove finisce una politica di customer care? E soprattutto a chi interessa?

Sorprendentemente la comunità dei blogger non è unanime nello stringersi attorno al collega Roe: è opinione di molti infatti che il comportamento di Ryanair sia perfettamente comprensibile perché in linea con l’identità del suo brand. Essi stessi sono scontenti dell’assistenza  e della qualità del servizio, lo dicono, lo scrivono su internet, lo leggono e lo sentono dire da altri, eppure dichiarano di continuare a preferire Ryanair perché ha i prezzi più competitivi sul mercato.

A detta di questi blogger dunque Ryanair fa bene a non preoccuparsi, e perfino a rispondere male, alle critiche sul web, perché sul mercato la loro opinione di fatto non incide, la strategia low cost continua a pagare e chi vuole essere coccolato  a bordo non ha mai fatto parte del suo target, e non costituisce un problema.

Tutto questo è particolarmente interessante perché rileva un corto circuito tra il diritto e il dovere di esprimere la propria opinione on line, specie se negativa, e la contemporanea squalificazione, proprio da parte di chi scrive, dell’incidenza delle sue opinioni fuori dal web davanti a un colosso come Ryanair.

Pare aver ragione allora chi vede dietro la risposta di Ryanair una precisa strategia comunicativa piuttosto che un incauto scivolone da scontare con un cattivo ritorno di immagine. Come a dire: Ryanair è consapevole che il suo successo non dipende da una reputazione di customer care che non ha mai inteso costruire e pertanto non tiene e non è tenuta a difenderla. Può permettersi di snobbare e insultare a cuor leggero i suoi clienti insoddisfatti, perché sa che alla fine non la lasceranno o comunque che altri non la lasceranno a causa delle loro esperienze negative, personali e circostanziate.

Si può dunque sostenere che una logica di competitività non sia compatibile con una logica di customer care e cura della reputazione?

Sicuramente se la prima non implica necessariamente la seconda, non è vero il contrario.

Puntare sulla reputazione costituisce sicuramente un valore aggiunto e un fattore di competitività rispetto ai competitor. Ancora di più puntare sulla reputazione on line fornisce un vantaggio competitivo a costo zero.  Ed è proprio la vicenda in esame a fornircene un esempio.

L’utente che ha segnalato il bug sul sito di Ryanair è un programmatore, parlava da tecnico che segnala un errore oggettivo. In altri termini ha fatto un’analisi funzionale al posto di un addetto pagato da Ryanair. E lo ha fatto gratuitamente. Sicuramente Ryanair ha tratto un vantaggio dalla segnalazione dell’utente, avendo la possibilità di andare a correggere subito l’errore.

 E avrebbe tratto ulteriore profitto dal più sensato e meno dispendioso dei gesti:  scusarsi e ringraziarlo. Perché essere cortesi non costa nulla, ma di certo ci si guadagna.


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L'impatto del buzz nella moderna comunicazione: lo sciame di Obama

novembre 24, 2008 10.22 by Tecla Notti

Barak Obama ha vinto le elezioni in Usa, e non solo. La sua campagna elettorale ci fornisce infatti un magnifico esempio di sapienza nella gestione della propria reputazione a livello globale. Il cambiamento che Obama ha proposto non è semplicemente politico, ma riguarda innanzitutto la capacità di cogliere una trasformazione già in atto per milioni di persone, e non solo in America. Parlo naturalmente dello spazio che tutti occupiamo e condividiamo ogni giorno senza doverci neanche muovere da casa: la rete.

Il nuovo presidente ha saputo intercettare il popolo e soprattutto la filosofia dei social network, i luoghi di incontro virtuale, come i blog e forum, dove migliaia di utenti si scambiano opinioni ogni giorno sui più svariati temi. Obama ha capito che le parole in rete hanno un peso, e restano. Se clicco sul suo sito per conoscere la sua storia arrivo alla pagina “Meet Obama”, se faccio la stessa cosa per Jhon Mccain mi imbatto in un formale “About Jhon Mccain”. La due scelte lessicali sono ovviamente molto diverse, e credo racchiudano un po’ il senso della vittoria di Obama. Nel corso della sua campagna elettorale non ha semplicemente fornito delle informazioni riguardo ai suoi programmi, ma sfruttando la rete, è andato a occupare gli stessi luoghi di chi doveva recepirli ed eventualmente sceglierli, ha incontrato i suoi elettori sul loro stesso terreno. Questo si è tradotto nella massiccia campagna svolta in rete, dai siti ufficiali ai milioni di fan che hanno aperto gruppi su Facebook per promuovere la sua immagine, dandogli una risonanza pazzesca e, soprattutto, gratuita.

La reputazione di Obama si è costruita progressivamente sul meccanismo del passaparola in rete, dove i commenti positivi hanno generato altri commenti positivi, diffondendosi come uno sciamare d’api. Si tratta tecnicamente di un’operazione di buzz marketing, la pratica di marketing virale non convenzionale che consiste nella diffusione in rete di messaggi positivi su un determinato prodotto o servizio. Tanto più forte è questo meccansismo quanto più, come in questo caso, nasce spontaneamente, come forma di supporto gratuito e pertanto percepito come disinteressato e onesto. Si può dire insomma che Obama abbia fatto una grandissima e vincente operazione di personal branding, dove il marchio da promuovere era la sua stessa identità di uomo e personaggio politico. Proprio come per un brand ha scelto il posto migliore in cui posizionarsi: ha occupato il posto degli elettori, ha seguito le trasformazioni che loro stessi stavano già promuovendo, e in questo modo è diventato lui stesso un posto da scegliere, dove tutti vorrebbero andare, un’alternativa concreta. Pare che Obama metta d’accordo proprio tutti e che tutti lo amino.

La sua operazione di web marketing estremamente etico gli ha automaticamente conferito un certificato di qualità, perché internet è il mezzo più democratico che oggi esiste. Il fatto di scambiarsi opinioni su internet, non è solo un modo per costruire nuove relazioni sociali, ma è innanzitutto la volontà di fidarsi di più di chi parla il proprio linguaggio, anche se non si conosce la sua identità. Se si parla male di qualcosa o di qualcuno su internet, magari è una calunnia, magari non è vero, ma intanto si dice, e la gente tende a pensare che se c’è qualcuno che si prende la briga di dirlo ci sarà un motivo. Per questo è decisivo, soprattutto per chi e ciò che è pubblico, come personaggi e aziende, sapere cosa si dice di loro e prevenire i contenuti potenzialmente lesivi per la propria immagine. Obama è oggi il testimonial ufficiale della potenza del buzz marketing perché ha capito che il rumore di uno sciame vale più di mille discorsi istituzionali.


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