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Area di confronto e ricerca sulla Reputazione Online




Il dibattito sulla reputazione on line

gennaio 21, 2010 12.00 by Tecla Notti

In questo periodo il nostro Reputation Manager è stato protagonista di un dibattito, insieme ad alcuni suoi “colleghi”stranieri. Tutto è partito da qui   e nel volgere di poco proliferavano tesi e anti-tesi sulla reputazione on line 

Al di là del rumore attorno al nostro RM, questi discorsi tornano utili perché ci dicono quali aspetti catalizzano l’attenzione degli internauti e in quali malintesi è più facile incorrere.

La questione della reputazione personale su Internet si sta sovrapponendo a quella della reputazione aziendale. Le discussioni dell’ultimo periodo si concentrano intorno a due ordini di problemi e a una serie di concetti ricorrenti:

RISCHI: tutela/difesa/pulizia/spazzini del web/

§  La reputazione on line è un bene fragile, soggetto alla minaccia delle opinioni negative che scalano i motori di ricerca. Per difendere la reputazione si ricorre alla rimozione o allo spostamento dei contenuti lesivi attraverso la consulenza di società specializzate.

NORMATIVE: diritto/legge/identità digitale/diffamazione

§  In Italia non esiste una normativa adeguata al trattamento dell’identità digitale nel web 2.0. La reputazione online dovrebbe essere tutelata dalla legge al pari della privacy. Le violazioni di questo diritto sarebbero così soggette a sanzione.

Rischi e normative vengono contrapposti come due poli mutuamente esclusivi: gli spazzini del web, si dice, imperversano perché non esiste una normativa che regoli la pubblicazione dei contenuti su internet. Il presupposto è che, limitata e controllata la possibilità di produrre contenuti lesivi della reputazione personale, ciò che resta sia la garanzia di un valore.

Ci sembra sia una visione parziale della questione, dominata da una logica del negativo, come se la buona reputazione si costruisse per sottrazione di cattivi elementi.

Non si considera che tra la tutela legale e i rischi per la reputazione si frappone sempre un terzo elemento: l’emergere dell’opportunità durante la gestione del rischio.

E’ per questo che la reputazione su internet si costruisce per addizione: di informazioni, contatti, conoscenze, saperi  e argomentazioni che diano luogo al confronto e a visioni plurali.

Se vogliamo correggere un informazione scorretta, rettificare e in fine neutralizzare la potenza di un contenuto che riteniamo diffamatorio, dobbiamo produrre nuova informazione, nuovo contenuto. Per fare questo serve una metodologia articolata, che coniughi diverse competenze (informatica, SEO, comunicazione). I motori di ricerca funzionano sulla base di un principio relazionale: più un contenuto è condiviso e legato ad altri, più è importante e guadagna un alto grado di visibilità.

Pensiamo per esempio al concetto di reputazione degli utenti sui forum: più si partecipa con contenuti di qualità e utili alle discussioni, meglio si è reputati dalla comunità. Allo stesso modo un blog è tanto più importante quanto più è commentato e i suoi post sono condivisi dai lettori su altri canali.

La produzione di nuovi contenuti genera relazioni e promuove identità, diversamente la semplice rimozione del contenuto crea una lacuna in una rete che continua a esistere (tutti i contenuti che erano già correlati a quello rimosso e sono potenzialmente attivi e lesivi).

La reputazione on line è regolata dallo stesso principio di scambio valido per i gruppi sociali: nella costruzione di rapporti, reali e virtuali, non si può mai prescindere dal rischio, ma si può valutarlo, calcolarlo e gestirlo, sfruttando le opportunità che si presentano durante l’applicazione di una strategia di intervento.

Una strategia efficace deve poter coniugare diversi momenti: interventi lenitivi, informativi, correttivi, preventivi. L’utente finale non può gestire da solo un’attività così articolata, come spesso capita di leggere (“ripulisci la tua reputazione con 10 dollari”), ma ha bisogno di consulenza specializzata e strumentazioni adeguate a valorizzare la sua identità digitale nei contesti giusti.


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Amore e Brand: la pigrizia dei Fan su Facebook

gennaio 20, 2010 11.41 by Tecla Notti

Si chiama “Engagement Rate” (ER), dall’agenzia digitale americana FrozenFrogs,  e misura la reattività degli utenti ai contenuti proposti sulle Fan Page delle aziende su Facebook. Dall’analisi condotta su milioni di Fan Page, il dato più interessante è  il rapporto inverso tra il numero di Fan iscritti e l’effettiva partecipazione degli stessi ai temi proposti: brand noti hanno Fan Page con milioni di iscritti e un ER bassissimo (0,16 %)

La prima interpretazione, sicuramente corretta, è legata alla tipologia di brand e contenuti condivisi: il settore più premiato è quello dell’automotive, e gli argomenti più coinvolgenti promozioni, novità e temi etici (http://www.ernyblog.com/?p=2162)

Manca una riflessione sulla scelta puntuale del canale di  differenziare tra contesti discorsivi: su Facebook essere un Fan ed essere membro di un Gruppo non è la stessa cosa.

I Fan sono un uditorio più “istituzionale”, sottoscrivono le pagine create dalle aziende, ed è ragionevole pensare che la loro attitudine partecipativa sia un po’ inibita all’ingresso da un interlocutore “impersonale” e sempre in attesa della sua guida. I Brand che riescono a sfondare questa barriera sono quelli che hanno già all’esterno, una prorompente prossimità al sociale (un esempio su tutti è Nutella), mentre i più sono destinati a raccogliere dichiarazioni d’amore, senza consumarle. In altre parole l’ER, così concepito,  è una misura troppo rigida.

Meno impietoso e forse più “social” sarebbe pesare l’indice con un parametro esterno: il numero di membri attivi raccolti nei Gruppi creati da altri utenti, pro e contro questi brand.

Il Gruppo su Facebook è sicuramente il luogo più partecipativo, testimone di un certo senso comune di appartenenza dei suoi membri, e se creato per parlare di un’azienda, è indice di una visione condivisa da più consumatori.

Il Brand che sceglie di comunicare su Facebook ha il compito di gestire contemporaneamente almeno due identità: il profilo istituzionale con i Fan e il suo riflesso sociale promosso dagli utenti, fuori e dentro Facebook.

Il vantaggio è farli comunicare. E poi misurare il successo dell’ equilibrismo.


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Osservatorio sui social network: Il mercato e-book

settembre 18, 2009 10.47 by Tecla Notti

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Osservatorio sui social network: Il lavoro ai tempi di Facebook

settembre 11, 2009 07.00 by Tecla Notti

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Ddl 2.0: quali omologie tra la carta stampata e la Rete?

giugno 24, 2009 11.26 by Tecla Notti

Spesso il senso dei discorsi complicati si trova nelle parole. L’etimologia ci rivela che Internet è diverso dalla stampa per definizione: dal latino rète indica  qualcosa “fatto per contenere e riparare” mentre chartes dal greco charasso vuol dire “scolpisco, incido, perché vi si scrivono e quasi incidono le lettere”.

La Rete è un contenitore dinamico potenzialmente infinito. La carta è una superficie di iscrizione delimitata e statica. La definizione li rende due oggetti profondamente diversi, ai quali è molto difficile applicare lo stesso discorso.

Di recente sono stati discussi in Parlamento due disegni di legge sulla gestione delle informazioni su Internet, che si vorrebbe omologare il più possibile a quella su carta.

L’11 giugno la Camera dei Deputati ha approvato il ddl 1415A in materia di intercettazioni, in cui il comma 28 dell’art. 1 prevede per il responsabile di qualsiasi “sito informatico” lo stesso obbligo di rettifica che la Legge sulla stampa (n. 47 dell'8 febbraio 1948) pone a carico del direttore responsabile delle testate giornalistiche.

Intanto aspetta di essere discussa anche la proposta dell’on. Carolina Lussana “finalizzata a riconoscere ai cittadini, gia` sottoposti a processo penale,il cosiddetto « diritto all’oblio » su internet, cioe` la garanzia che – decorso un certo lasso temporale – le informazioni (immagini e dati) riguardanti i propri trascorsi giudiziari non siano piu` direttamente attingibili da chiunque.” (Camera dei Deputati N.2455).

Anche in questo caso l’intenzione è quella di estendere alla Rete un diritto che vale già di fatto per la stampa:

Prima della nascita di internet, l’eco delle vicende giudiziarie di una persona imputata in un processo penale finiva per esaurirsi in tempi accettabili, finche´ non si fosse spento nella stampa locale e nazionale l’interesse per quel determinato fatto di cronaca. Oggi, invece, qualsiasi fatto puo` essere destinato a restare perennemente in rete prima di una cancellazione o di una modifica da parte del gestore delsito web. (Camera dei Deputati N.2455)

Le due proposte sono oggetto di numerose e accese discussioni in Rete (http://www.guidoscorza.it) perché, pur nelle differenze di merito, riguardano la stessa questione: quali conseguenze produce sulle attuali possibilità di comunicare dei cittadini l’omologazione di diritti e doveri su Web e carta stampata?

Nello specifico gli internauti hanno individuato due problemi principali:

-l’estendibilità dei provvedimenti a soggetti  e contenuti costituzionalmente diversi

-rendere decidibile quali fatti sono condivisibili per sempre da una memoria collettiva e quali meritano di cadere nell’oblio

Il primo punto si traduce in un eccesso di  normazione: la dicitura “qualsiasi sito informatico” in merito all’obbligo di rettifica sottopone ai medesimi doveri e sanzioni un blog amatoriale e una testata giornalistica soggetta all’obbligo di registrazione  in base all’art.5.

Questo significa che un blogger, al pari dell’editore di una testata, si troverebbe a gestire tutte le richieste di rettifica arrivate per ciascun singolo contenuto pubblicato sul suo sito personale nell’arco di 48 h, rischiando altrimenti di incorrere in una sanzione di 12.000 euro che in termini reali equivale alla chiusura del blog.

Nel secondo caso si rischia al contrario una pericolosa semplificazione: la proposta di cancellare “decorso un certo lasso temporale” (deciso da chi e in base a quali parametri?) i contenuti che riferiscono su trascorsi procedimenti penali, contraddice l’identità costitutiva della Rete, ma anche lo stesso obbligo di rettifica discusso in precedenza.

E’ proprio in questi casi infatti che si rende opportuno l’obbligo di aggiornare, e in caso di errori rettificare, il nuovo stato delle vicende per produrre una corretta informazione, piuttosto che cancellare da Internet e dalle menti l’intera vicenda, come se non fosse mai accaduta, come troppo spesso vediamo fare su giornali e tv. E’ esattamente questa la forza di Internet e al contempo la debolezza degli altri media.

Al contrario nelle situazioni previste dalle proposte discusse si produrrebbe una situazione paradossale: le testate giornalistiche potranno cancellare dai loro archivi, “decorso un certo lasso di tempo” dalla pubblicazione, gli articoli lesivi più datati e non rispondenti allo stato di cose attuale, il piccolo blogger dovrà rettificare ogni minimo contenuto contestato sul suo sito, subendo una forte limitazione della sua attività comunicativa.

L’impressione generale è quella che nei contesti istituzionali, nonostante si faccia un gran parlare di web 2.0, nuove frontiere della comunicazione e social network, sussista la tendenza a non riconoscere l’identità specifica di queste forme di espressione e l’opposizione di una ostinata resistenza all’incidenza effettiva del virtuale sul corso degli eventi.


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Crolla la reputazione di Domino’s pizza dopo i video imbarazzanti postati dai suoi dipendenti

aprile 17, 2009 08.31 by Tecla Notti

Il virus mediatico ha colpito la cucina di una delle più grandi multinazionali del fast food: due dipendenti di Domino’s pizza hanno pubblicato su YouTube dei video dove si divertono a giocare in modo assolutamente anti-igienico con il cibo che poi utilizzavano per preparare le pietanze.

L’intervento riparatore dell’azienda, per stessa ammissione del suo portavoce, non è stato tempestivo.  Il video è rimasto on line per molte ore e questo ha aumentato esponenzialmente la sua viralità e diffusione su tutto il web:  prima di essere stato eliminato è stato visualizzato più di un milione di volte da utenti scandalizzati i quali dichiarano che difficilmente riusciranno a mangiare ancora i prodotti di Domino’s.

I contenuti molto lesivi hanno avuto un impatto ancora più forte a causa del canale espressivo utilizzato. Le immagini e i video  sono percepiti in maniera diretta e meno filtrata da schemi interpretativi rispetto a un testo da leggere, e per questo anche soggetti a giudizi netti e più critici. Veder compiere un’azione molto negativa provoca un coinvolgimento emotivo sicuramente maggiore rispetto al sentirla raccontare. Questo vale in generale per la percezione di un singolo video.

Inoltre su YouTube  attraverso un articolato sistema di segnalazioni il singolo video viene collegato a molti altri. L’accesso indiretto a un contenuto attraverso altri video moltiplica a dismisura la possibilità di visualizzarlo. Si tratta del fenomeno della viralità che si configura come diffusione di un singolo contenuto su molte pagine web, e si traduce in consolidamento e durata della sua permanenza in rete. La regola vale anche se il contenuto lesivo originario è stato rimosso dopo qualche ora: è impossibile bloccare il flusso di conversazioni che ha generato.

In base a queste considerazioni, le azioni di risposta a un video molto lesivo on line risultano molto delicate e richiedono una profonda conoscenza del mezzo. Evidentemente non basta cancellare il contenuto per risolvere il problema, perché il problema si è già spostato da un’altra parte, sul resto del web e soprattutto fuori, tra i consumatori.

In questo caso l’azienda ha risposto consegnando i due dipendenti alle autorità dopo averli licenziati e il presidente Domino’s Usa ha pubblicato su YouTube un video di scuse dove ribadisce che l’aspetto più importante per l’azienda è sempre stato “la fiducia dei suoi clienti”.

Il manager parla davanti al marchio della sua azienda, gli occhi puntano dietro la telecamera a leggere un discorso preparato lasciando trasparire padronanza e conoscenza del mezzo minime: si dichiara stupito di come l’azione individuale di due persone possa aver scatenato un simile clamore mediatico ripercuotendosi sul lavoro di migliaia di dipendenti diligenti.

Questa vicenda ci rivela qualcosa di significativo sul rapporto ancora acerbo tra le aziende e i social media: il livello basso di conoscenza nella  gestione del mezzo da parte di dipendenti e dirigenti si traduce spesso, come in questo caso, in un danno di reputazione che può diventare un collasso economico se non si hanno gli strumenti per gestire adeguatamente la situazione.

Oggi il grande interesse di tutti per i social media nasconde in molti casi una mancanza di sapere specialistico rischiando di configurarsi più come una moda, che come una nuova possibilità su cui investire.

E’ importante invece capire che non si tratta di un fenomeno passeggero: la presenza dei social network non è affatto a rischio di estinzione, continuando anzi ad incrementarsi e trovare nuovi sbocchi ogni giorno che passa.

Al contrario la buona reputazione di un’azienda, proprio a causa della vetrina virtuale in cui è esposta, ha una consistenza più effimera di quanto si possa credere. Può bastare anche l’azione sconsiderata di un singolo a metterla in pericolo, e sembra incredibile solo se non si conosce  a fondo il funzionamento dei canali web.

 Chi lavora per il pubblico, per grandi o medi numeri di consumatori, corre un rischio già nel momento in cui sottovaluta la portata del fenomeno perché non si equipaggia  per fronteggiare al meglio casi come questo.


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Cartellino rosso sui social network: per gli arbitri il divieto di comunicare on line

aprile 6, 2009 18.10 by Tecla Notti

“Ma si può oggi che la comunicazione è cambiata, i linguaggi trasformati con essa, vietare a dei professionisti l'uso di uno strumento come internet e le sue applicazioni?” (http://www.facebook.com)

Il presidente dell’AIA Nicchi ha emesso in questi giorni una circolare che vieta agli arbitri di utilizzare internet per fare dichiarazioni relative alla propria professione: bandite le comunicazioni tramite e-mail o siti personali, la partecipazione a gruppi di discussione (Facebook) mailing list, forum, blog o simili. A motivo del divieto la necessità di evitare situazioni che possano mettere in imbarazzo la classe arbitrale: la decisione è legata alla vicenda dell’ex arbitro Paparesta, ormai sospeso dall’incarico, che aveva pubblicato sul suo blog estratti di intercettazioni telefoniche relative a Calciopoli.

Appena uscita la notizia del divieto, il blog di Paparesta si popola di commenti a sostegno dell’ex arbitro che grida “Sì al fischietto…No al bavaglio” invitando i suoi sostenitori e colleghi a continuare ad esprimere la propria opinione in rete, e il suo gruppo su Facebook raggiunge i 1700 iscritti.Una sonora reazione popolare fa eco alla decisione di Nicchi perché il divieto in questione tocca un diritto di tutti, a prescindere dalla propria professione: la libertà di esprimere la propria opinione.

Ci si chiede dunque: se oggi internet è il mezzo più potente per dar voce alla società, e gli arbitri sono delle figure professionali strettamente collegate al tessuto sociale, se non altro per il coinvolgimento emotivo legato al calcio, a che pro bloccare la comunicazione tra i due mondi?

La piazza virtuale dà costantemente prova di essere terreno di mediazione e supporto tra linguaggi, competenze, punti di vista. La comunicazione in questa piazza è trasversale a tal punto da sdoganare luoghi comuni vecchi come il mondo: l’arbitro, figura notoriamente poco amata, ha un gruppo di migliaia di fan su facebook alla stregua di un cantante rock. Se questo mondo porta con sé degli eccessi, da contenere e misurare, ancora di più produce risorse che vanno convogliate nei giusti canali: solo così il flusso della nuova comunicazione continua scorrere, senza straripare.

 


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Il web 2.0 e la ridefinizione del concetto di verità: la differenza tra veridicità dei contenuti e influenza delle opinioni

marzo 17, 2009 08.17 by Tecla Notti

 

Il regime discorsivo del web 2.0 è fondato sul potere delle opinioni: quando l’espressione e l’ascolto di pareri determina decisioni e scelte d’acquisto i discorsi si trasformano in pratiche, alle parole seguono i fatti.

L’avvento dei social network costringe il marketing a fare i conti con un concetto nuovo di verità, opposto a quello tradizionale.

I giornali ci hanno abituato a pensare la verità come qualcosa di esclusivo e assoluto: è vera l’informazione riconducibile a una fonte sicura e un’informazione vera è un fatto. Una cosa non vera è necessariamente falsa, e lo è per sempre.

Sul web i contenuti non assumono rilevanza in funzione del loro valore di verità, ma acquistano peso grazie alla loro presenza e visibilità. Gli utenti su internet cercano informazioni da condividere, che li aiutino a scegliere, che influenzino le loro decisioni.

In questo rinnovato panorama la questione della verità dei contenuti non è più pertinente, mentre diventa cruciale il ruolo del soggetto influenzato da questi contenuti a prescindere dalla loro veridicità.

Pensiamo agli step che portano un soggetto alla decisione d’acquisto:

-Sto pensando di acquistare un prodotto che ho visto pubblicizzare in tv, su giornali o di cui ho semplicemente sentito parlare.

-Faccio un giro sul web per raccogliere recensioni o semplici pareri.

- Cerco informazioni e do’ un’ occhiata ai  portali generalisti dove si recensiscono i prodotti

- Entro in un forum dov’è aperta una discussione sul prodotto che mi interessa e la leggo tutta.

Tendenzialmente se leggo molti pareri negativi, deciderò di non acquistarlo. Non è però detto che si verifichi il contrario.

Il percorso decisionale infatti non è lineare, alla fine potrei arrivare a una scelta “non razionale”: molti ne parlano bene ma, pur essendo interessato e incuriosito, non lo acquisto.

Perché i commenti negativi pesano di più di quelli positivi? Perché siamo naturalmente portati a diffidare di chi non conosciamo?

No. Esattamente il contrario. I commenti negativi sul web pesano di più e quelli positivi pesano di meno per la stessa ragione: perché ci troviamo all’interno di un regime di credenza e di fiducia, non di verità.

La credenza  si muove su un asse i cui estremi sono il credere e il non credere e il passaggio da una polarità all’altra è graduale perché dipende da un parametro variabile che è la fiducia. Il credere a qualcuno può trasformarsi in non credere se si perde fiducia in chi parla, al contrario si può scegliere di credere di nuovo se si riacquista fiducia, ma è molto più difficile.

E qui ritorniamo al punto iniziale. Le opinioni negative ci influenzano di più perché ci fidiamo di più di chi le esprime: non lo conosciamo ma accreditiamo oggettività al suo parere negativo  perchè mentre lo leggiamo ci figuriamo al suo posto nella stessa situazione problematica, e automaticamente rifiutiamo l’idea. Escludiamo la possibilità che possa succedere anche a noi e scegliamo di non acquistare il prodotto o il servizio in questione. Si produce un’identificazione, una comunanza tra chi parla e chi ascolta, e per questo un regime fiduciario fortissimo.

Viceversa l’opinione troppo positiva di uno sconosciuto ci mette in guardia. Ci fidiamo di meno di chi parla troppo bene di qualcosa, perché in questo caso è più difficile che scatti l’identificazione tra gli interlocutori. Se trovo un commento troppo entusiasta  immediatamente penso: ma perché tizio investe tutte queste energie nel parlare bene del prodotto di caio? Probabilmente perché è pagato per promuoverlo, e allora non siamo sullo stesso piano, non posso identificarmi con lui se non è un consumatore come me, con gli stesse miei bisogni, dubbi e paure.

Tra chi esprime e chi ascolta opinioni si crea sempre una relazione fiduciaria fondata sulla credenza: la questione della verità passa in secondo piano e diventa cruciale “il far apparire come vero” che si produce tra la pratica persuasiva di chi parla e la pratica interpretativa di chi ascolta.

Questo equivale a dire che la rilevanza dei contenuti sul web va ricondotta sempre a più parametri:

 

§  il contesto/canale in cui vengono enunciati e le sue regole discorsive (un forum ospita conversazioni libere, un blog commenti e un portale generalista recensioni e pareri).

§  Il grado di identificazione/vicinanza tra chi scrive e chi ascolta

§  La lesività in rapporto alla tematica

  

La difficoltà nell’analisi dei contenuti non strutturati  ai fini di delineare l’immagine complessiva del nostro oggetto, ossia dei brand, consiste nel fatto che queste regole discorsive sono sempre attive, ma implicite.

La sfida è quella di scovarle, localmente e nel dettaglio, e utilizzarle come criteri interpretativi per misurare quanto pesano realmente le parole.

 


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Ryanair vs i blogger: se voli alto nel business scivoli meglio sul web?

marzo 3, 2009 09.57 by Tecla Notti

 

Ryanair è nata con una precisa strategia di business: far  volare a basso costo. Il marketing si affida alla conseguenza logica: se il cost è low, tutto il resto, compresa l’importanza del cliente, non può essere high. Il cliente lo sa e si assume il rischio di accettare queste premesse in cambio di un servizio economico, fermo restando il rispetto delle comuni norme di sicurezza.

Ryanair è protagonista in questi giorni di una vicenda poco edificante. Alcuni componenti del suo staff hanno apostrofato come “idiota” un blogger, il programmatore irlandese Jason Roe, il quale segnalava sul suo sito la presenza di un bug nell’area booking di Ryanair.com: ad un certo punto della transazione per l’acquisto del biglietto il costo totale appariva uguale a zero.

Su Roe sono piovuti in tempo reale gli insulti di “Ryanair Staff” che ha speso un  po’ di post  per accendere la polemica con il blogger. Ma il fatto davvero bizzarro e apparentemente insensato è un altro: l’azienda non si dissocia dal comportamento scorretto dei suoi dipendenti chiedendo scusa al blogger, ma sottoscrive in un comunicato ufficiale che “la politica di Ryanair è quella di non sprecare tempo ed energie nel rendere conto a blogger idioti” perché: “our people are far too busy driving down the cost of air travel”.

Il primo punto è questo: quanto è accaduto può considerarsi naturale conseguenza del core business di Ryanair? Se il customer è disposto dal primo momento ad essere quasi totalmente autonomo nella gestione del servizio in cambio di un bassissimo costo, dove inizia e dove finisce una politica di customer care? E soprattutto a chi interessa?

Sorprendentemente la comunità dei blogger non è unanime nello stringersi attorno al collega Roe: è opinione di molti infatti che il comportamento di Ryanair sia perfettamente comprensibile perché in linea con l’identità del suo brand. Essi stessi sono scontenti dell’assistenza  e della qualità del servizio, lo dicono, lo scrivono su internet, lo leggono e lo sentono dire da altri, eppure dichiarano di continuare a preferire Ryanair perché ha i prezzi più competitivi sul mercato.

A detta di questi blogger dunque Ryanair fa bene a non preoccuparsi, e perfino a rispondere male, alle critiche sul web, perché sul mercato la loro opinione di fatto non incide, la strategia low cost continua a pagare e chi vuole essere coccolato  a bordo non ha mai fatto parte del suo target, e non costituisce un problema.

Tutto questo è particolarmente interessante perché rileva un corto circuito tra il diritto e il dovere di esprimere la propria opinione on line, specie se negativa, e la contemporanea squalificazione, proprio da parte di chi scrive, dell’incidenza delle sue opinioni fuori dal web davanti a un colosso come Ryanair.

Pare aver ragione allora chi vede dietro la risposta di Ryanair una precisa strategia comunicativa piuttosto che un incauto scivolone da scontare con un cattivo ritorno di immagine. Come a dire: Ryanair è consapevole che il suo successo non dipende da una reputazione di customer care che non ha mai inteso costruire e pertanto non tiene e non è tenuta a difenderla. Può permettersi di snobbare e insultare a cuor leggero i suoi clienti insoddisfatti, perché sa che alla fine non la lasceranno o comunque che altri non la lasceranno a causa delle loro esperienze negative, personali e circostanziate.

Si può dunque sostenere che una logica di competitività non sia compatibile con una logica di customer care e cura della reputazione?

Sicuramente se la prima non implica necessariamente la seconda, non è vero il contrario.

Puntare sulla reputazione costituisce sicuramente un valore aggiunto e un fattore di competitività rispetto ai competitor. Ancora di più puntare sulla reputazione on line fornisce un vantaggio competitivo a costo zero.  Ed è proprio la vicenda in esame a fornircene un esempio.

L’utente che ha segnalato il bug sul sito di Ryanair è un programmatore, parlava da tecnico che segnala un errore oggettivo. In altri termini ha fatto un’analisi funzionale al posto di un addetto pagato da Ryanair. E lo ha fatto gratuitamente. Sicuramente Ryanair ha tratto un vantaggio dalla segnalazione dell’utente, avendo la possibilità di andare a correggere subito l’errore.

 E avrebbe tratto ulteriore profitto dal più sensato e meno dispendioso dei gesti:  scusarsi e ringraziarlo. Perché essere cortesi non costa nulla, ma di certo ci si guadagna.


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Il rapporto tra il buzz marketing e la brand awareness: l’importanza di monitorare le conversazioni on line

dicembre 12, 2008 16.30 by Tecla Notti

Il buzz marketing si sta affermando come una buona alternativa alla pubblicità tradizionale. La sua rilevanza strategica dipende dal contatto diretto con le opinioni degli utenti perchè è centrato sull’idea di diffondere conversazioni in rete per intercettare e creare nuovo rumore intorno ai prodotti di cui si parla. Il buzz nasce per far conoscere e far parlare dei prodotti, ma un valore aggiunto e non trascurabile è la sua più generale incidenza sulla reputazione del brand che sta dietro: da uno sguardo anche sommario alle conversazioni on line si rileva che, se il topic iniziale è un prodotto, nel corso della discussione può spostarsi sul brand perché inevitabilmente  gli utenti fanno delle considerazioni più generali anche sulla base di esperienze d’acquisto di altri prodotti della stessa marca. Quindi il buzz non vive solo sulle conversazioni attuali ma anche sulla memoria di conversazioni e esperienze passate che costituiscono la reputazione del brand. Di conseguenza un altro fattore importante da considerare è che spesso il fatto che si parli bene di uno specifico prodotto, non implica che si faccia altrettanto del brand correlato. 

A titolo di esempio vorrei riportare un caso parecchio discusso sul web nelle ultime settimane: il lancio della serie tv “Romanzo criminale” prodotta da Sky. Il prodotto sta riscuotendo grandissimo successo, sono presenti tanti commenti positivi su blog e forum che la apprezzano in quanto serie di qualità che esce dal canone della fiction italiana e si contraddistingue per la bellezza e la non convenzionalità della sceneggiatura insieme alla bravura dei suoi attori (seppur esordienti). Accanto a tanto successo piovono però molte critiche su Sky, e proprio all’interno del suo forum. Molti utenti lamentano la scelta di posizionare la serie all’interno del pacchetto cinema, e per di più nella prima serata di lunedì, ricevendo anche una replica il mercoledì sera. Pur giudicando il prodotto di grande qualità, essi ritengono comunque che non sia giusto piazzarlo al posto di un film, visto che quello è un pacchetto a pagamento dedicato al cinema e non alla fiction. Sarebbe, dicono, più opportuno proiettarlo su un canale apposito. In questo caso il fatto di aver prodotto un servizio che tutti giudicano di grande qualità, non riesce comunque a tenere il topic delle conversazioni su questo aspetto molto positivo e lo fa virare verso polemiche su un dettaglio che evidentemente doveva essere maggiormente curato. E’ da considerare anche che la serie prima del lancio è stata pubblicizzata sugli altri media in modo massiccio e anche questo è oggetto di commenti da parte degli internauti: alcuni sottolineano il carattere eccessivo della promozione. Sembra dunque quasi una conseguenza naturale che poi sul web gli utenti si “sfoghino”: sottolineare con forza la scelta sbagliata dell’azienda riguardo a quello che potrebbe sembrare un mero dettaglio tecnico (se la serie è bella che importa dove viene trasmessa?), e farlo sul forum di Sky, è quasi un modo per reagire alla promozione massiccia “subita” dagli utenti sugli altri media.In un caso come questo è dunque opportuno seguire attentamente il flusso del passaparola innescato e usare il web come spazio di discussione aperto ai pareri degli utenti, cosa che per altro Sky fa attraverso il forum dedicato. Dopo di che sarebbe molto utile monitorare in tempo reale una quantità così grande di  conversazioni sul tema, per trarne dei primi riscontri e, come in questo caso, vedere di correggere il tiro, la comunicazione utilizzata e i canali scelti.

Controllare costantemente le conversazioni on line scaturite dall’attività di buzz marketing, che di per se è incentrato sul meccanismo della viralità e quindi sull’inatteso, è fondamentale. Il rapporto diretto tra buzz, conversazioni e memoria della reputazione on line consente la raccolta di una mole gigantesca di dati suscettibili di ricevere un’analisi quantitativa. Solo così si può avere un quadro completo e oggettivo delle opinioni sui prodotti e sui brand.         


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