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Facebook e il caso Cambridge Analytica: 50 milioni di identità violate fanno tremare il business digitale

martedì 20 marzo 2018

Facebook e il caso Cambridge Analytica: 50 milioni di identità violate fanno tremare il business digitale

La tutela dell'identità digitale è una questione cruciale e non più rimandabile per chi fa business con i dati delle persone.

Christopher Wylie. Ventotto anni, canadese, capelli cortissimi e color rosa shocking, septum al naso e un look a metà strada tra il casual e radical chic. È lui, che ha deciso di raccontare tutto quello che accade nella sua ormai ex società: Cambridge Analytica.

Ma di cosa si occupa nello specifico Cambridge Analytica? Nella raccolta e nell’analisi di tutta l’enorme quantità di dati che gli utenti “lasciano”, come fossero molliche di pane all’interno del web e dei social network in generale. Tutti i like, i commenti o le condivisioni, sono rielaborati con algoritmi e modelli vari, per creare profili che siano il più possibile simili ai comportamenti e alle caratteristiche di ogni singolo utente. Più like, commenti o tweet sono analizzati, più preciso sarà il profilo psicometrico di ogni utente.

La società britannica, però, è finita recentemente in un polverone mediatico, accusata di aver utilizzando illegalmente i dati di circa 50 milioni di utenti di Facebook per targettizzare e ottimizzare al massimo la portata delle propagande politiche degli ultimi mesi: dalla campagna elettorale di Donald Trump negli USA fino ad arrivare alla Brexit nel Regno Unito. Lavorando, a quanto sembra, anche per un partito politico italiano. “Getting people to vote no different from marketing toothpaste” (convincere le persone a votare non è molto diverso dal convincerle a comprare il dentifricio di una marca ben precisa). Queste le parole di Richard Robinson, uno tra i principali manager di spicco della Cambridge Analytica durante la conferenza di Dmexco che si è tenuta a Colonia lo scorso settembre.

La violazione della privacy e dei dati personali degli utenti sarebbe avvenuta tramite un’applicazione, apparentemente innocua e sicuramente non politica dal nome thisisyourdigitallife, scaricata da più di 270 mila persone.

Come funziona l’app incriminata?

Thisisyourdigitallife è stata ideata dall’accademico russo-americano Aleksandr Kogan come strumento accademico di raccolta dati per ricerche psicologiche. L’app si presenta come uno dei tanti “giochini” online che permettono attraverso una serie di test di rilevare gli aspetti caratteriali e i lati nascosti della personalità umana. Insomma uno dei tanti passatempi virtuali che abbiamo fatto tutti almeno una volta nella vita. Molto spesso infatti, capita di imbattersi in applicazioni banalissime che tramite un semplice click ci permettono di trasformare la nostra foto profilo per farci vedere a quale celebrità hollywoodiana assomigliamo di più o se quei capelli color rosa shocking (tanto per rimanere in tema) donerebbero anche a noi oltre che a Christopher Wylie. Quanti di noi hanno fatto il test di “a quale personaggio di Game of Throne assomigli di più” o “quale principe della Disney sarebbe il tuo uomo ideale”?

Semplici svaghi. Passatempi apparentemente innocenti ma che possono nascondere pericolose insidie, come la raccolta dei nostri dati personali: cosa ci piace, dove viviamo, quali sono i nostri hobby o dove vorremo andare in vacanza quest’estate. In una sola parola: la nostra vita privata. Una vera e propria miniera d’oro dunque per chi lavora nel campo dei big data e per chi mira a conoscere il più possibile noi e le nostre personali decisioni. Anche quelle politiche. Come se un voto fosse davvero un tubetto di dentifricio.

Le ripercussioni economiche e legali sul mercato digitale

La società di Zuckerberg ha tentato di giocare in difesa annunciando venerdì scorso la sospensione dei rapporti con Cambridge Analytica dopo aver scoperto che la società non aveva cancellato i dati come da accordi.

Ma il mercato ha già risposto picche, infatti ieri i titoli di Facebook, Google e altri colossi del digital, non solo social, sono crollati in borsa.

Intanto la prima testa è già caduta: si è dimesso il capo della sicurezza delle informazioni Alex Stamos. Il manager ha parlato di “disaccordi interni” lasciando intendere le evidenti tensioni che stanno attraversando in questo momento la dirigenza di Facebook, messa sotto esame dalle autorità giudiziarie britanniche, statunitensi ed europee che chiedono a Zuckenberg di chiarire la posizione della sua azienda nell’ambito delle indagini in corso.

Come già hanno insegnato altri celebri casi di violazioni dei dati personali, come le rivelazioni di Edward Snowden sullo scandalo Prism, la questione della tutela dell’identità personale online è diventata cruciale nel business digitale (ne abbiamo parlato qui). Chi fa affari utilizzando le informazioni riservate di milioni di persone dovrà rendere conto con precisione di come questa mole di dati viene gestita e quali misure sono in atto (o meno) per assicurarne la sicurezza
Pubblicato il (martedì 20 marzo 2018)

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